Il lavoro occupa gran parte del nostro tempo e, che ci piaccia o no, influenza non solo il modo in cui ci relazioniamo con il mondo ma anche con noi stessi. Soprattutto nella nostra società, dove il successo economico è considerato “garanzia” di affermazione, tramite il lavoro esprimiamo molti elementi della nostra identità. Il contesto lavorativo è, dunque, un luogo di ritualità, una liturgia laica, dove vanno in scena, come in una moderna tragedia greca, i ruoli che ciascuno, più o meno consapevolmente interpreta. È altrettanto vero che sentirsi realizzati sul piano professionale e riuscire a dare compimento a quelle che sono le nostre più autentiche aspirazioni, ci fa sentire più sicuri, più considerati, più parte di una comunità, più accolti. Non è affatto un caso che parte della dignità di un essere umano passi per la possibilità o meno non solo di poter lavorare ma anche di poterlo fare in condizioni che rispettino questa stessa dignità. Nei passi dell’Ottuplice sentiero, Gotama, non a caso, fa riferimento ai mezzi di sussistenza adeguati. Con una duplice intenzione: sicuramente il suo suggerimento è quello di scegliere un’occupazione che sia eticamente sostenibile, cioè che non procuri agli altri un danno unicamente per il proprio profitto. Ma è altrettanto consapevole di quanto avere accesso o meno ad adeguate risorse che ci consentano di vivere dignitosamente, sia un fattore fondamentale per la serenità e lo sviluppo dell’essere umano.